LA PROVVIDENZA – FEBBRAIO 2024

Il messaggio di Papa Francesco per la 32^ Giornata mondiale del malato (11 febbraio) inizia con le parole della Genesi: Non è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18), parole alle quali tutti associamo la volontà di Dio di dare ad Adamo una compagna che lo completasse; e infatti “formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”.

Oggi, in una società intrisa di individualismo ed efficientismo, il Non è bene che l’uomo sia solo, oltre che il valore di “completamento” di unione tra marito e moglie, anche al fine di una progenie, diventa un forte monito del Papa a non abbandonare nessuno, a non lasciare sole le persone, tanto più quando queste o “non servono ancora”, come i bimbi in grembo, o “non servono più” come accade all’anziano e all’ammalato.

È forte e tempestivo questo messaggio per la Giornata del malato perché ha ben presente l’aumento esponenziale, a livello italiano ed europeo, della popolazione anziana e di conseguenza più vulnerabile, più fragile e bisognosa di cure, di affetto e presenza. Invece “il tempo dell’anzianità e della malattia è spesso vissuto nella solitudine e, talvolta addirittura nell’abbandono”.  Purtroppo ciò è tristemente vero ed ecco il perché dell’incipit del messaggio: Non è bene che l’uomo sia solo.

Lo scientismo, che è ben diverso dall’aver fiducia ragionata nelle scienze, molte volte prende in considerazione la malattia solo dal punto di vista medico e terapeutico, dimenticando che la persona ammalata, prima di tutto, necessita di vicinanza, di relazioni sincere. Chi soffre per malattie gravi o inguaribili chiede di sentirsi ascoltato, ha bisogno di una rete familiare, medica e sociale che non lo getti nella disperazione, china scivolosa che può insinuare l’idea che come unico rimedio, per chi è solo, non resti che farla finita. Questo non può essere accettabile, e non solo per i cristiani; eppure verso questo esito sembrerebbe tendere la società efficientista, anche per una mera e davvero triste esigenza economica travestita da compassione.

L’invito e la sfida che lancia Papa Francesco è diventare capaci di prendersi cura degli ammalati nella loro globalità. Deve essere chiaro che non può bastare qualche gesto di benevolenza di un operatore sanitario compassionevole (un buon samaritano che passava in quel momento), ma va promossa sempre più una precisa e strutturata “alleanza terapeutica” tra medico, paziente e familiare che non si ferma alle sole prestazioni sanitarie. E va estesa la consapevolezza, a tutti i livelli, che la persona ammalata ha bisogno prima di tutto di vicinanza piena di compassione e tenerezza a cui si accompagnino sempre le migliori cure per tutti, in maniera tale che non affiori mai un disperato pensiero suicida come unica soluzione alla malattia. Non lasciar solo il fratello malato è carità fraterna, è rispetto della vita, è lode al Creatore.